Addio a Franco Baresi, il libero che ha riscritto le regole della difesa

Franco Baresi è morto a 66 anni. Ripercorriamo la carriera del capitano del Milan e della Nazionale, tra scudetti, Coppe e il Mondiale 1982.

31 luglio 2026 09:47
Addio a Franco Baresi, il libero che ha riscritto le regole della difesa - Wikimedia (Pubblico dominio)
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Il calcio italiano ha perso uno dei suoi simboli assoluti. Franco Baresi si è spento a 66 anni, dopo un peggioramento legato alle conseguenze di un nodulo polmonare per cui era stato operato nel 2025. L'annuncio è arrivato venerdì mattina attraverso i canali ufficiali del Milan, il club a cui Baresi ha legato ogni singolo anno della sua carriera da calciatore. Poche ore prima erano circolate voci non confermate sulla sua morte, prontamente smentite dalla società; la notizia vera, purtroppo, è arrivata poco dopo.

Baresi non è stato soltanto un grande difensore. Ha rappresentato per due decenni l'idea stessa di appartenenza in un sport dove i trasferimenti e i cambi di casacca sono la norma. Ventanni con la stessa maglia, il numero 6, che il Milan ha ritirato nel giorno del suo addio al calcio nel 1997.

Gli inizi a Travagliato e il rifiuto dell'Inter

Franco Baresi nasce l'8 maggio 1960 a Travagliato, un paese in provincia di Brescia. Rimasto orfano a 14 anni, cresce con una determinazione precoce, la stessa che lo porta a presentarsi a un provino con l'Inter a soli 15 anni. Viene scartato perché ritenuto fisicamente troppo esile per il calcio professionistico. Al suo posto i nerazzurri scelgono il fratello Beppe, che diventerà a sua volta un difensore di livello, protagonista di anni di derby milanesi giocati uno contro l'altro.

Il Milan crede in lui. Debutta in prima squadra il 4 aprile 1978, a Verona, sotto la guida di Nils Liedholm. Ha diciassette anni e un soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera: "Piscinin", il piccolino, in dialetto milanese. Gianni Rivera, bandiera rossonera di un'epoca precedente, lo osserva e predice per lui un futuro importante.

Il capitano a 22 anni, tra Serie B e la fedeltà al Milan

Gli anni Ottanta si aprono per il Milan con due retrocessioni in Serie B, nel 1980 e nel 1982, conseguenze dello scandalo del calcioscommesse e di risultati sportivi deludenti. Molti big lasciano la nave che affonda. Baresi resta, anche quando la Juventus gli offre una porta d'uscita verso una squadra già competitiva a livello europeo.

Quella scelta, più di ogni trofeo, spiega perché i tifosi rossoneri lo considerino ancora oggi il simbolo del club. Diventa capitano nel 1982, a soli 22 anni, dopo le partenze di Aldo Maldera e Fulvio Collovati. Da quel momento la fascia resta al suo braccio per quindici stagioni consecutive, fino al ritiro.

Nello stesso 1982, da riserva, vince il suo primo trofeo importante con la Nazionale: il Mondiale di Spagna. Un titolo arrivato senza aver praticamente giocato, ma che gli dà comunque accesso a una bacheca che negli anni successivi si riempirà in modo quasi incredibile.

L'era Sacchi e la rivoluzione del calcio a zona

Il vero salto di qualità arriva con Silvio Berlusconi presidente e Arrigo Sacchi in panchina, a partire dal 1987. Sacchi trasforma il Milan in una macchina da guerra basata sul pressing e sulla linea difensiva alta, un sistema che richiede difensori capaci di leggere il gioco in anticipo, non solo di marcare l'uomo.

Baresi, insieme a Paolo Maldini, Alessandro Costacurta e Mauro Tassotti, diventa l'incarnazione di quella filosofia. Il suo braccio alzato per segnalare il fuorigioco, scattato all'unisono con i compagni di reparto, resta una delle immagini più riconoscibili del calcio europeo di fine anni Ottanta. In quegli anni il Milan vince due Coppe dei Campioni consecutive, nel 1989 e nel 1990, oltre a due Coppe Intercontinentali contro Nacional Montevideo e Olimpia Asunción.

Diego Armando Maradona, che lo ha affrontato più volte in campo, ha raccontato la differenza tra i marcatori che lo colpivano fisicamente e Baresi, capace di sottrargli il pallone senza mai sfiorarlo. Un giudizio che vale più di molte statistiche.

Il Pallone d'Oro mancato

Nel 1989 Baresi arriva secondo nella classifica del Pallone d'Oro, alle spalle del compagno di squadra Marco van Basten. Resta l'unico grande riconoscimento individuale che non riuscirà a conquistare, nonostante sette candidature complessive tra il 1988 e il 1995. Berlusconi, consapevole di quel vuoto in una carriera altrimenti straordinaria, gli consegnerà un Pallone d'Oro simbolico durante la partita di addio del 1997.

Gli anni di Capello e il record di 58 partite senza sconfitte

Dopo Sacchi arriva Fabio Capello, ex compagno di Baresi ai tempi del primo scudetto vinto in rossonero. Il ciclo Capello porta altri tre scudetti consecutivi, dal 1992 al 1994, e una Coppa dei Campioni nel 1994, con una finale vinta 4 a 0 contro il Barcellona di Johan Cruijff.

Baresi, squalificato, guarda quella partita dagli spalti come capitano non in campo, ma resta comunque il punto di riferimento morale di una squadra imbottita di campioni. In quegli anni il Milan costruisce anche una delle serie più lunghe di imbattibilità della storia del calcio italiano, con Baresi come libero moderno, capace di impostare l'azione da dietro con la stessa naturalezza con cui difendeva.

Il Mondiale del 1994 e le lacrime ai rigori

Con la Nazionale, Baresi vive uno dei momenti più intensi della sua carriera al Mondiale USA 1994. Costretto a operarsi al menisco a pochi giorni dall'inizio del torneo, torna in campo a tempo di record per la finale contro il Brasile, disputando una partita di altissimo livello nonostante i rischi fisici.

La finale si decide ai calci di rigore. Baresi è il primo a tirare per l'Italia e sbaglia, tradito dai crampi accumulati in una partita giocata quasi al limite delle proprie possibilità fisiche. Le sue lacrime, insieme a quelle di Roberto Baggio, restano una delle immagini più citate nella storia recente del calcio azzurro. Chiuderà la sua avventura in Nazionale il 7 settembre 1994, contro la Slovenia, con un bilancio di 81 presenze e un solo gol.

Il ritiro e la maglia numero 6 che nessuno ha più indossato

L'ultima partita di Baresi con il Milan arriva il 1° giugno 1997, contro il Cagliari. Il 28 ottobre dello stesso anno si disputa allo stadio San Siro la partita d'addio, con la presenza di compagni e avversari storici. Baresi consegna la fascia di capitano a Paolo Maldini, che ne raccoglierà l'eredità morale prima di diventarlo lui stesso il simbolo del club per la generazione successiva.

Il Milan decide di ritirare la maglia numero 6. Da quel giorno nessun calciatore rossonero l'ha più indossata. Il bilancio della carriera in rossonero è impressionante: oltre 700 presenze ufficiali, 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe UEFA e 4 Supercoppe italiane, per un totale di 20 trofei con un solo club.

La breve esperienza al Fulham e il ritorno a casa

Dopo il ritiro, Baresi resta per alcuni anni nei quadri dirigenziali del Milan, occupandosi in particolare del settore giovanile. Nel 2002 accetta l'incarico di direttore sportivo del Fulham, allora di proprietà di Mohamed Al Fayed. L'esperienza inglese dura appena 81 giorni: alcuni contrasti con l'allenatore Jean Tigana lo portano a lasciare l'incarico già a settembre dello stesso anno.

Da lì in avanti il suo legame con il Milan diventa quasi istituzionale. Ricopre ruoli come vicepresidente onorario e ambasciatore del club, mantenendo un profilo pubblico riservato, coerente con un carattere sempre descritto come introverso ma carismatico dentro lo spogliatoio.

L'ultimo grande omaggio, alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina

Pochi mesi prima della sua morte, Baresi aveva ricevuto un tributo emozionante durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Insieme a Beppe Bergomi, storico rivale nei derby ma compagno in Nazionale, ha portato la fiaccola olimpica a San Siro, in un momento seguito da milioni di spettatori in tutto il mondo. Un'immagine che oggi assume un valore ancora diverso, l'ultima grande apparizione pubblica di un uomo che aveva già scoperto, l'estate precedente, di dover affrontare una malattia seria.

Un difensore che ha cambiato il modo di intendere il ruolo

Al di là dei trofei, l'eredità tecnica di Baresi riguarda l'evoluzione stessa del ruolo di difensore centrale. Prima di lui, il libero italiano era per lo più un giocatore di rottura, utile a spazzare palloni e coprire gli spazi lasciati dai marcatori. Baresi introduce invece l'idea di un difensore capace di leggere le linee di passaggio, anticipare l'avversario senza contatto fisico e costruire l'azione con il pallone tra i piedi, anticipando concetti che diventeranno centrali nel calcio moderno solo vent'anni più tardi.

Non è un caso che tecnici come Sacchi lo abbiano scelto come pilastro di un sistema di gioco che ha influenzato allenatori in tutta Europa. La sua capacità di dirigere la linea difensiva alzando il braccio per segnalare il fuorigioco, oggi sostituita dalla tecnologia del VAR, resta uno dei gesti più fotografati della storia del calcio italiano.

Franco Baresi lascia la moglie e i figli, oltre a una comunità di tifosi che per due generazioni ha considerato la sua maglia numero 6 come qualcosa di più di un semplice numero: un punto di riferimento, in campo come fuori.

Un modello di continuità in un calcio che cambiava intorno a lui

Guardando la sua carriera nell'insieme, colpisce quanto il mondo del calcio si sia trasformato attorno a Baresi senza che lui cambiasse mai squadra. Ha debuttato con la Serie A ancora chiusa agli stranieri, salvo eccezioni, e ha chiuso la carriera in un campionato già pieno di fenomeni sudamericani e nordeuropei. Ha giocato con il pallone di cuoio pesante degli anni Settanta e con quello sintetico degli anni Novanta. Ha attraversato tre presidenze diverse del Milan, passando dalla crisi societaria dei primi anni Ottanta fino all'era dei grandi investimenti di Berlusconi, senza mai chiedere la cessione.

Questa continuità ha reso Baresi un punto di riferimento anche per i giovani difensori italiani cresciuti guardandolo in televisione. Alessandro Nesta, Fabio Cannavaro e lo stesso Paolo Maldini hanno più volte citato il suo modo di stare in campo come esempio da seguire, in particolare per la capacità di restare lucido nei momenti di maggiore pressione. Cannavaro, parlando in diverse interviste nel corso degli anni, ha ricordato come da ragazzo studiasse i movimenti di Baresi per capire quando anticipare l'attaccante e quando invece attendere il momento giusto per intervenire.

I numeri di una carriera fuori dal comune

Riassumere la carriera di Baresi solo con i trofei rischia di far perdere di vista quanto sia stata lunga e costante la sua presenza in campo. Ha giocato oltre 700 partite ufficiali con il Milan in venti stagioni, un dato che lo colloca al secondo posto assoluto nella storia del club per presenze, dietro soltanto a Paolo Maldini. Ha segnato 31 gol in rossonero, 21 dei quali su calcio di rigore, dimostrando una freddezza dagli undici metri che pochi difensori di quel livello riuscivano ad avere.

Con la Nazionale italiana ha totalizzato 81 presenze, con un solo gol, in un'epoca in cui il ruolo di difensore centrale raramente permetteva statistiche offensive rilevanti. È stato convocato dal selezionatore Enzo Bearzot per il primo Europeo della sua carriera nel 1980, quando aveva appena vent'anni, e ha chiuso la sua avventura in azzurro nel settembre 1994, dopo la finale mondiale persa contro il Brasile.

Nel 1999, in occasione dei cento anni di storia del club, i tifosi del Milan lo hanno eletto Milanista del Secolo, davanti a nomi come Gianni Rivera e lo stesso Maldini. Un riconoscimento che testimonia quanto la sua figura fosse già percepita, ancora prima della fine della carriera, come qualcosa di diverso da quella di un semplice grande giocatore.

Il rapporto con i fratelli e le origini brianzole della famiglia Baresi

Un aspetto meno noto della sua storia riguarda il rapporto con il fratello Beppe, anche lui difensore, ma con l'Inter. Per anni i due si sono affrontati nei derby milanesi, in partite che per le rispettive famiglie avevano un significato particolare, lontano dalle rivalità di piazza. Franco ha sempre raccontato con affetto quegli anni, sottolineando come la competizione sportiva non abbia mai intaccato il legame personale tra i due fratelli.

Le origini della famiglia restano legate a Travagliato, dove Baresi è tornato spesso nel corso degli anni, mantenendo un rapporto diretto con la comunità del paese che lo ha visto crescere. Il campo sportivo locale porta oggi il suo nome, un omaggio che il paese ha voluto tributargli già negli anni della sua carriera attiva, molto prima che diventasse una leggenda riconosciuta a livello internazionale.

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