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Valentino Mazzola: il capitano che inventò il leader moderno nel calcio italiano

Esistono figure storiche nel calcio che conosciamo attraverso i numeri, le statistiche, i titoli vinti. E poi esistono figure che trascendono tutto questo, che vivono nella memoria collettiva non soltanto come calciatori ma come simboli di qualcosa di più grande: un modo di stare in campo, un modo di guidare gli altri, un modo di incarnare un’epoca. Valentino Mazzola appartiene interamente alla seconda categoria.

Capitano del Grande Torino, trascinatore della Nazionale italiana, considerato da molti ancora oggi il calciatore più completo che il calcio italiano abbia mai espresso, Mazzola ha vissuto trent’anni di vita e poco più di un decennio di carriera professionistica. Eppure il segno che ha lasciato è così profondo che settantasei anni dopo la sua morte, ogni 4 maggio, migliaia di persone salgono sulla collina di Superga per ricordarlo insieme ai suoi compagni. Non è nostalgia generica. È qualcosa di più preciso: il riconoscimento che certe grandezze non hanno scadenza.

Giampiero Boniperti, che di campioni ne ha conosciuti e affrontati a decine, ha dichiarato: “Ancora adesso, se debbo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelé, a Di Stefano, a Cruijff, a Platini, a Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Mazzola.” Parole che pesano, pronunciate da uno che non aveva certo l’abitudine di essere generoso con i colleghi avversari.

Le origini: povertà, coraggio e un pallone ritrovato

Valentino Mazzola nasce il 26 gennaio 1919 a Cassano d’Adda, piccolo comune in provincia di Milano, da una famiglia operaia. Il padre lavora come manovale in un’impresa edile. Quando Valentino ha dieci anni, il padre viene colpito da un camion e muore, costringendo il ragazzo a lasciare la scuola e a mettersi a lavorare per sostenere la madre e i fratelli. Prima come garzone in una panetteria, poi in una filanda sul fiume Adda.

È in quegli stessi anni che emerge già qualcosa del carattere che lo renderà leggendario. A dieci anni si getta nelle acque impetuose dell’Adda per salvare un bambino di sei anni che stava annegando. Un gesto istintivo, senza eroismi calcolati, che dice già tutto su chi era Valentino Mazzola: uno che agiva prima di pensare alle conseguenze, uno che si assumeva la responsabilità anche quando non era obbligato a farlo.

Il calcio entra nella sua vita come sfogo naturale, come territorio in cui sentirsi libero da una quotidianità difficile. A quattordici anni esordisce con il Gruppo Sportivo Carlo Tresoldi di Cassano d’Adda, poi si avvicina alla squadra dell’Alfa Romeo di Milano, il club aziendale del grande stabilimento automobilistico che in quegli anni era una fucina di talenti lombardi.

Sul proprio diario Valentino scriveva riguardo alla scelta di non andare al Milan in gioventù: “Se fossi andato al Milano avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di 100 lire mensili e non avrei lavorato. Meglio assai lavorare: con l’ozio c’era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera.” Una frase che, letta oggi, suona quasi anacronistica nel mondo del calcio moderno. Ma che racconta con precisione la mentalità di un uomo che aveva imparato prestissimo il valore delle cose.

Venezia: la rivelazione e l’incontro con Loik

All’Alfa Romeo, Mazzola gioca come ala, poi si sposta alla mezzala sinistra, il ruolo che conserverà per quasi tutta la carriera. Le sue prestazioni attirano l’attenzione del Venezia, che lo acquista e lo porta in Serie A. È qui che esordisce nella massima serie, nel 1940, a ventuno anni. Ed è qui che nasce una delle coppie più iconiche del calcio italiano di tutti i tempi: Mazzola e Ezio Loik, mezzala destra.

Loik e Mazzola si capiscono senza parole. Giocano come se avessero condiviso lo stesso campo per tutta la vita, come se i movimenti dell’uno fossero la risposta naturale ai movimenti dell’altro. Al Venezia vincono la Coppa Italia 1941 e sfiorano il terzo posto in campionato. Sono già i due calciatori più chiacchierati d’Italia quando arriva la chiamata del Torino.

Il presidente granata Ferruccio Novo scese negli spogliatoi e concluse l’affare strappandoli alla concorrenza della Juventus: Valentino Mazzola ed Ezio Loik passarono al Torino per la cifra di un milione e duecentomila lire. Una cifra enorme per l’epoca, che Novo pagò senza battere ciglio perché aveva capito che stava comprando qualcosa di raro. Non si sbagliava.

L’arrivo al Torino e la nascita del Grande Torino

Valentino esordisce in maglia granata il 4 ottobre 1942 (Inter-Torino 1-0), mentre il suo primo gol lo realizza in un derby: Juventus-Torino 2-5 del 18 ottobre 1942. Da quel momento, il Torino non è più semplicemente una squadra di calcio. Diventa qualcosa che il calcio italiano non aveva ancora visto.

Con Mazzola come fulcro, il club granata costruisce in pochi anni una delle formazioni più forti che l’Europa abbia mai espresso. Accanto a lui e a Loik ci sono Valerio Bacigalupo in porta, la diga difensiva formata da Mario Rigamonti ed Eusebio Castigliano, la qualità di Romeo Menti e Franco Ossola sulle fasce, la potenza realizzativa di Guglielmo Gabetto al centro dell’attacco. L’allenatore è Ernő Erbstein, ungherese, uomo di vastissima cultura calcistica, sopravvissuto alla deportazione nazista con una storia personale che meriterebbe un libro a sé.

Il sistema tattico adottato è il cosiddetto sistema, l’evoluzione italiana del WM inglese. Ma è Mazzola a dare a quel sistema un’anima. Mazzola incarnava l’ideale del condottiero perfetto: abbinava eleganza e potenza, agilità e temperamento, classe e grinta. Era un trascinatore, un calciatore moderno nella concezione del gioco, dotato di capacità atletiche fuori dal comune, tra cui spiccavano velocità e resistenza.

Boniperti arrivò a dire che “non era possibile stabilire se fosse destro o mancino” , e quella frase cattura perfettamente la sua completezza tecnica. Mazzola non aveva un piede preferito, non aveva una direzione preferita, non aveva un ruolo fisso nel senso tradizionale del termine. Giocava dappertutto, risolveva tutto, decideva tutto. In una circostanza si sostituì persino al portiere infortunato, mantenendo la porta inviolata e guadagnando ulteriori elogi dalla folla adorante.

Il gesto delle maniche e il quarto d’ora granata

C’è un’immagine di Valentino Mazzola che è diventata iconica ben oltre i confini del calcio. Quando la partita non andava come doveva, quando il Torino era sotto o in difficoltà, Mazzola si avvicinava al bordo del campo, guardava verso la tribuna e si rimboccava le maniche della maglia granata. Era un segnale. Un codice condiviso tra lui e i suoi compagni, tra lui e i tifosi.

Partiva il mitico “Quarto d’ora Granata”, durante il quale il Grande Torino si mangiava gli avversari e Capitan Valentino era il suo condottiero. Quindici, venti minuti di pressione assoluta, di un calcio offensivo e fisico insieme, di una intensità che gli avversari non riuscivano a reggere. Le rimonte erano la norma, le vittorie strappate all’ultimo momento una specialità della casa.

Quel gesto delle maniche è sopravvissuto a Superga. È entrato nell’iconografia del calcio italiano, è stato riprodotto in sculture e dipinti, è diventato il simbolo non solo del Grande Torino ma di un’idea di calcio fondata sulla volontà collettiva più che sui singoli. Un’idea che Mazzola incarnava meglio di chiunque altro.

I cinque scudetti e i numeri di un dominio assoluto

Tra il 1943 e il 1949, con la sospensione imposta dalla guerra nelle stagioni 1943-44 e 1944-45, il Torino vince cinque campionati consecutivi. Non si tratta di vittorie risicate, di punti di vantaggio minimi, di finali tirate. Si tratta di dominio. Mazzola vinse il suo primo scudetto nel 1943, il secondo nel 1945 e poi tre di fila dal 1947 al 1949, con margini rispettivamente di 13 punti, 10 punti e un record di 16 punti.

La stagione migliore di Mazzola come goleador è quella 1946-47. Realizza 29 gol in campionato, stravincendo il titolo di capocannoniere. Sono numeri che nessuno, in Serie A, avvicina lontanamente. L’anno successivo è il Torino come squadra a riscrivere i libri dei record: i granata segnano la bellezza di 125 reti in campionato , una media di oltre tre gol a partita che ancora oggi non trova eguali nella storia del campionato italiano.

Il 20 aprile 1947, in una partita contro il Vicenza, Mazzola segnò tre gol in tre minuti, dal 29° al 31° minuto , stabilendo il record della tripletta più veloce nella storia della Serie A, un primato che resiste ancora oggi. Tre gol in centottanta secondi: non è un risultato sportivo, è quasi un atto di forza bruta.

Con il Grande Torino Mazzola giocò 195 partite segnando 118 gol, con un palmares che racconta di 5 scudetti e due Coppe Italia. Numeri assoluti, ai quali si aggiungono quelli della Nazionale: 109 gol in 231 presenze di Serie A considerando anche il Venezia.

La Nazionale: il blocco granata e la leadership azzurra

Nel momento di massimo splendore del Grande Torino, la Nazionale italiana è quasi interamente granata. L’11 maggio 1947 la Nazionale schiera ben dieci giocatori del Torino su undici nella formazione titolare. Non è un caso, non è una scelta arbitraria del commissario tecnico: è semplicemente la conseguenza logica del fatto che il Torino era la squadra più forte d’Europa, e che dunque i suoi titolari erano automaticamente i migliori calciatori disponibili per la maglia azzurra.

Mazzola diventa capitano della Nazionale e ne è il punto di riferimento assoluto. Il 14 dicembre 1947, a Bari contro la Cecoslovacchia di Kubala, è la prima volta da capitano per Valentino: la partita finisce 3-1. La Nazionale con Mazzola capitano è una macchina da guerra, capace di battere le migliori squadre europee con una regolarità che fa sembrare scontato qualcosa che scontato non è.

Le vittorie del Grande Torino e le affermazioni in azzurro del blocco granata valgono a Mazzola una popolarità che va ben oltre i confini nazionali e persino europei, tanto che il campione brasiliano José Altafini, che si trasferirà poi in Italia per giocare con Milan, Napoli e Juventus, in patria viene soprannominato proprio Mazzola. Essere soprannominati Mazzola in Brasile, il paese che aveva inventato il calcio come arte, è il riconoscimento più eloquente che si possa immaginare.

L’uomo fuori dal campo: riservatezza, rigore, vita privata

Valentino Mazzola fuori dal campo era quasi l’opposto del trascinatore che si vedeva sul rettangolo verde. Era una persona riservata, chiusa e di poche parole. Il suo massimo svago era qualche partita alla bocciofila vicino a casa. Aveva l’abitudine di annotarsi tutto, sia per quanto riguardava la vita professionale che la sfera privata. Era molto rigoroso e meticoloso negli orari ed esigeva lo stesso trattamento dagli altri.

La vita personale non fu priva di dolori. Si separa dalla prima moglie Emilia Ranaldi, con cui ha il figlio Sandro, destinato a diventare a sua volta un grande campione dell’Inter e della Nazionale negli anni Sessanta e Settanta. Il divorzio, che nell’Italia degli anni Quaranta era uno scandalo sociale, lo espone a critiche e pettegolezzi. Lui li ignora con la stessa compostezza con cui affrontava i difensori avversari.

Nel periodo successivo alla guerra, Mazzola a Torino aveva un negozio di articoli sportivi, dove vendeva soprattutto palloni che fabbricava personalmente. Anche qui emerge quel lato pratico, concreto, operaio del suo carattere: un campione del mondo che fabbrica palloni con le proprie mani e li vende nel suo negozio, senza sentire alcuna contraddizione con la propria grandezza.

Il 4 maggio 1949: la fine e l’inizio del mito

Nell’estate del 1949, circolavano voci di mercato che volevano Mazzola di ritorno a Milano, sponda Inter, per chiudere la carriera vicino alla sua terra d’origine. Valentino riflette a lungo su questa opportunità, ma decide di restare in granata un’altra stagione. È proprio lui a prendere l’iniziativa che, tragicamente, cambierà tutto.

A quattro gare dalla fine della stagione, con l’ennesimo scudetto ormai in tasca, il Torino vola a Lisbona dove Valentino aveva organizzato un’amichevole con il Benfica per omaggiare l’amico Francisco Ferreira, capitano del club e della Nazionale portoghese che attraversava un momento di difficoltà economica, devolvendo a lui l’incasso della partita. Un atto di generosità, del tutto in linea con il carattere di un uomo che a dieci anni si era tuffato in un fiume in piena per salvare un bambino che non conosceva.

La partita si disputa il 3 maggio 1949. Il Benfica vince 4-3. L’ultima presenza in campionato di Valentino Mazzola con il Torino è datata 24 aprile 1949 (Bari-Torino 1-1), dove segna anche il suo ultimo gol in maglia granata. Il giorno successivo alla partita di Lisbona, il 4 maggio, l’aereo Fiat G.212 decolla per il ritorno a Torino.

Le condizioni meteo su Torino sono pessime: nebbia fitta, pioggia, visibilità quasi nulla. Alle 17:03 del 4 maggio 1949 l’aereo sparisce dai radar in mezzo al temporale e si schianta sulla collina con la basilica barocca che domina la città piemontese. Trentuno vittime tra passeggeri ed equipaggio, nessun superstite.

Valentino Mazzola aveva trent’anni. Suo figlio Sandro ne aveva sei.

L’eredità: un figlio, una leggenda, un’epoca

Sandro Mazzola crescerà senza aver mai visto giocare suo padre, senza ricordare quasi nulla di lui se non le fotografie in bianco e nero custodite negli album di famiglia. Eppure diventerà un campione assoluto, vincerà due scudetti con l’Inter, giocherà due Mondiali con la Nazionale, segnerà gol indimenticabili. Il calcio sembra aver voluto restituire al nome Mazzola almeno una parte di quello che Superga aveva tolto.

Se non fosse accaduta la tragedia di Superga, è lecito chiedersi come sarebbe cambiata la storia del calcio europeo. Il Real Madrid vinse cinque Coppe dei Campioni consecutive negli anni Cinquanta, ma è impressionante pensare a cosa avrebbe potuto fare quel Grande Torino nella competizione europea che stava nascendo proprio in quegli anni. Non è nostalgia fine a sé stessa. È il riconoscimento che quella squadra era abbastanza forte da riscrivere la storia, e che la storia invece la scrisse in un altro modo.

Valentino Mazzola compare nella lista dei 100 migliori calciatori della storia del calcio redatta dalla rivista FourFourTwo nel 2017, nella quale occupa la posizione numero 2. Secondo soltanto a Pelé, davanti a Maradona, Cruyff, Di Stéfano, Ronaldo. Un calciatore che ha giocato in un’Italia poverissima, uscita da una guerra devastante, su campi spesso ridotti a pantani, senza preparazione atletica moderna, senza video analisi, senza nutrizionisti. E che nonostante tutto questo viene giudicato il secondo più forte di tutti i tempi da una delle riviste di calcio più autorevoli al mondo.

Ogni anno, il 4 maggio, il Torino sale a Superga. I giocatori della prima squadra, i dirigenti, i tifosi. Si fermano davanti alla targa con i nomi delle trentuno vittime. Si tolgono il cappello. Stanno in silenzio un momento. Non è un rito formale. È il modo in cui una città ricorda che una volta aveva qualcosa di irripetibile, e che lo ha perso in un pomeriggio di maggio, tra la nebbia e la pioggia, su una collina che guarda dall’alto i campanili di Torino.

Valentino Mazzola non ha avuto il tempo di diventare vecchio. Ma ha avuto il tempo di diventare eterno.

Marco Piccinini

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