La pagina facebook Romanzo Calcistico ha riportato un interessante racconto di Siniša Mihajlović sulla sua infanzia:

«Io sono nato a Vukovar, per me era la città più bella del mondo. Poi è diventata simbolo della guerra. Ci sono tornato due anni fa, dopo 25 anni… L’ultima volta era stata durante il conflitto. Era tutto raso al suolo, non riuscivo neanche a orientarmi. A capire le vie. Solo scheletri di pa­lazzi e macchine ammassate per creare trincee. Non volava un uccello, non c’era un cane, nulla… Le guerre, tutte, fan­no schifo. Ma quella fratricida che abbiamo vissuto noi nella ex Jugoslavia è quanto di peggio possa capitare. Amici che si spa­ravano tra loro, famiglie disgre­gate. Il mio migliore amico ha devastato la mia casa. Mio zio, croato e fratello di mia ma­dre, voleva «scannare come un porco», disse così, mio padre serbo. Dovranno passare due generazioni prima di poter giudi­care cosa è accaduto. È stato devastante per tutti. Quello che racconto io, lo può raccontare anche un croato o un bosniaco. Abbiamo vissuto un impazzimento della storia…

Mio padre faceva il camionista è morto di tumore ai polmoni. Quando se n’è andato io non c’ero. Ci penso tutti i giorni. Durante la guerra lo im­ploravo di venire in Italia ma volle restare nel suo Paese. Vor­rei potesse vedere come sono cresciuti i suoi nipoti. Un sogno? Il mio è impossibi­le: poterlo riabbracciare. Mia madre invece mi guar­da ancora con gli stessi occhi di quando ero bambino. Lei non parla l’italiano e i miei figli poco il serbo. Ma ogni volta che viene a trovarci a Roma e vedo come li guarda, capisco che l’amore non ha bisogno di parole. I riccioloni di quando ero ragazzo hanno la­sciato il posto ai capelli bianchi. Si sono pure diradati, e ora li di­fendo come prima coprivo i miei portieri. Eppure per l’energia e l’entusiasmo, me ne sento 20 in meno. Anche se certe volte pen­so di averne 150, per tutto quel­lo che ho già vissuto. L’adole­scenza in Serbia, la carriera e le tante città, sei figli, la povertà, i successi. Ma anche due guerre, le ferite, le lacrime… Oggi se mi guardo indietro posso dirlo: Sinisa, quanta vita hai vissuto…».

Foto: bolognafc.it

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