360 pagine, quasi una per ogni giorno dell’anno, per raccontare una grande bandiera del calcio moderno: il giornalista Alberto Galimberti racconta il capitano della ‘Vecchia Signora’, destinato a rimanere nella storia del calcio, in un libro da non perdere,
Alessandro Del Piero, l’ultimo atto di un campione infinito, edito da Diarkos. Dagli esordi all’addio allo Stadium, passando ovviamente per l’immensa gioia che il nostro paese aspettava da troppo tempo: la Coppa del Mondo, conquistata nella magica notte di Berlino 2006.

Un libro corposo, dove si può apprezzare il lavoro dell’autore fatto con estrema cura e ricerca degli aneddoti sportivi e storici; un testo approfondito ma piacevole e scorrevole nella lettura. Con la prefazione di una grande voce, ossia quella del telecronista RAI Bruno Pizzul, il volume tiene letteralmente il lettore – non solo il tifoso juventino ma anche l’appassionato di calcio – incollato alle pagine, dalla prima all’ultima, “fino alla fine”. Abbiamo fatto alcune domande all’autore per capirne di più. Ecco com’è andata.

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Alessandro Del Piero
Alessandro Del Piero, crediti: Wikipedia/Immagine di Dominio Pubblico

Alessandro Del Piero ha rappresentato e, probabilmente, rappresenta tuttora la più grande bandiera bianconera moderna, nonché una delle storiche bandiere italiane, paragonabili secondo me soltanto a Totti e Baggio. Secondo lei c’è stato qualcuno dei bianconeri – in questi ultimi anni – in grado di avvicinarsi, anche solo lontanamente, al Capitano per eccellenza della Vecchia Signora? Intravede, nella rosa attuale, qualche elemento dalle caratteristiche o dal potenziale simile?

“È difficile rispondere esaustivamente. Dopo il commosso commiato allo Juventus Stadium, dove rimpianto e riconoscenza hanno sostenuto l’uno lo sguardo dell’altra, il testimone di capitano, bandiera e simbolo è stato raccolto prima da Gianluigi Buffon, poi da Claudio Marchisio e infine da Giorgio Chiellini. Giocatori anch’essi amati dai tifosi, stimati dagli avversari e lodati dai media. Tuttavia, nell’immaginario collettivo bianconero, restano lontani da quello che ha rappresentato e continua a rappresentare Pinturicchio: un campione esemplare, un capitano fedele, un calciatore ineguagliato. Credo che rimanga un modello inarrivabile, ma, allo stesso tempo, incarni una fonte di ispirazione. In questo periodo travagliato per il club – risultati deludenti, prestazioni scialbe, allenatore e squadra contestati apertamente – un giocatore alla Del Piero riuscirebbe a far svoltare la stagione, ma purtroppo nessuno, al momento, sembra essere all’altezza di tale compito. Nemmeno, per ragioni differenti, i giocatori sui quali società e supporter rimpongono fiducia e speranze: Pogba e Di Maria, Vlahovic e Chiesa. Sul campo, Del Piero univa la classe sopraffina alla caparbietà agonistica, il genio del fantasista alla grinta del gregario che lotta su ogni pallone, la potenza atletica alla pulizia del gesto tecnico e alla qualità nel tocco di palla. Risultando poetico e pragmatico, segnando reti che appagavano l’occhio e saziavano l’efficacia. Fuori dal rettangolo di gioco, invece, possedeva doti temperamentali fondamentali per risalire la china, lasciandosi alle spalle frangenti cupi, individuali e collettivi: l’intelligenza e l’umiltà, la lucidità di giudizio e il carisma della leadership. È stato unico. Non per nulla viene invocato a gran voce dalla tifoseria per far tornare in auge la Juventus“.

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Bruno Pizzul
Bruno Pizzul, foto di dominio pubblico

Bruno Pizzul è senza dubbio la voce che, più fra tutte, ha raccontato il calcio moderno e le gesta di Alessandro, non solo in Serie A ma anche e soprattutto nella Nazionale; cosa l’ha colpita maggiormente della qualità narrativa di Pizzul?

“Sono grato e riconoscente a Bruno Pizzul per aver risposto ‘presente’ alla mia ‘convocazione’, con generosità e competenza, garbo ed entusiasmo: virtù preziose, capaci di fare la differenza nel racconto del calcio come nella cronaca quotidiana della vita. Ospitare la sua voce nella prefazione del libro è un grandissimo onore. Una voce sobria e autorevole. In una professione dove spopola la cronaca urlata e spettacolare, Pizzul è stato un commentatore ponderato e onesto. In un linguaggio dove dilagano enfasi e iperboli, è stato un cronista elegante nella forma ed evocativo nella descrizione; pur essendo parsimonioso di superlativi e allergico ai parossismi”.

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Mancini e Vialli
L’abbraccio tra Mancini e Vialli, dalla pagina Facebook di Roberto Mancini

Passando proprio alla Nazionale, mister Mancini ha evidenziato le difficoltà di reperire attaccanti italiani e calciatori di qualità nel nostro paese, contrariamente a quanto magari accadeva negli anni ’90 e primi anni ’00; oggi in azzurro, per quanto triste da dire, è raro assistere ad un gol ‘alla Del Piero’; quanto sono importanti i vivai secondo lei? Pensa che, da questo punto di vista, il nostro paese abbia fatto un passo indietro? Cosa si potrebbe migliorare a riguardo?

“L’attaccante veneto ha varato una battuta a rete che porta il suo nome. Appunto: il tiro alla Del Piero. Dardeggiato dai bordi dell’area di rigore, il colpo tramontava inesorabilmente all’incrocio dei pali. Talvolta era una carezza vellutata, talaltra una sventola fulminante. Assurge a mito perché il rito viene ripetuto con successo, in particolare agli albori della carriera bianconera, bagnando gli appariscenti esordi in Champions League di Pinturicchio. Sull’importanza dei vivai scorrono fiumi di stucchevole retorica, invariabilmente all’indomani delle mancate qualificazioni ai Mondiali della compagine azzurra. Purtroppo viviamo in una società rattrappita sul presente, ingorda e assuefatta al “tutto e subito”, digiuna di “sacrificio” e “pazienza”. Vale anche nel calcio. Senza semina, non nasce il raccolto. Senza allenamento, non esiste vittoria. Senza fatica, non c’è bellezza. La vicenda calcistica di Del Piero prende le mosse quando, a soli 13 anni, si trasferisce a Padova. Nel cuore custodisce il sogno di accedere al professionismo, nella testa consolida la marmorea volontà di cogliere un’occasione più unica che rara: coltiva nei cinque anni successivi, in forza alla squadra patavina, quelle qualità morali che lo renderanno un fuoriclasse assoluto. Rinunciando alle comodità e agli svaghi tipici di quell’età: divertimento e amicizie, eccessi e spensieratezze. Sapendo che la felicità è lì, a portata di mano; eppure basta un nonnulla perché svanisca. Oggi, domando provocatoriamente, quanti ragazzi saprebbero ricalcarne le orme? Quanti aspiranti “campioncini” sarebbero disposti a devolvere tutto o quasi della loro adolescenza al conseguimento di un traguardo, maturando ugualmente la consapevolezza di non raggiungerlo, esplorando anche l’ipotesi del fallimento. E ancora. Quanti dirigenti, allenatori e genitori, lungo questo cammino irto d’ostacoli, sarebbero pronti a predicare disciplina e costanza, senso della misura e capacità di trarre degli insegnamenti dalle proprie cadute? Alessandro Del Piero, come Paolo Maldini (giocatore patrimonio del calcio italiano al pari di Pinturicchio), è stato un eloquente esempio di dedizione e cultura sportiva. Perciò è affascinante, doveroso e giusto, a dieci anni dall’addio Juventus, provare a narrarne “le gesta”. Perché la sua storia, un inno alla bellezza del calcio, non vada perduta.

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