Rome (Italy), Olympic Stadium, June 9, 1973. Italy – Brazil 2-0, friendly match: Italian forward Luigi “Gigi” Riva.
Ci sono storie sportive che parlano di calcio e basta. Poi ci sono storie che parlano di identità, di scelte, di fedeltà a qualcosa che va oltre il contratto, i soldi, la carriera. La storia di Luigi Riva, detto Gigi, detto Rombo di Tuono, appartiene alla seconda categoria. È la storia di un ragazzo di Leggiuno, provincia di Varese, che arriva in Sardegna a diciannove anni per giocare in una squadra di Serie B e decide, a un certo punto, che quella terra è la sua terra. Per sempre.
Negli anni in cui era il calciatore più forte d’Italia, le grandi squadre del Nord lo corteggiavano con cifre che non si erano mai viste nel calcio italiano. La Juventus arrivò a offrire al Cagliari oltre un miliardo di lire. L’Inter di Moratti fece sapere di essere disponibile a tutto. La risposta fu sempre la stessa: no. Non perché non potesse andare, ma perché non voleva. E c’è una differenza enorme tra le due cose.
Gigi Riva è stato il più grande attaccante nella storia del calcio italiano, il capocannoniere assoluto della Nazionale azzurra con 35 reti in 42 presenze, il recordman di marcature del Cagliari con 208 gol in 377 partite. È stato anche, forse soprattutto, un uomo capace di scegliere la propria vita con una coerenza rara, in un mondo dove la coerenza costa cara. Se n’è andato il 22 gennaio 2024, a 79 anni, in un reparto di cardiologia dell’ospedale Brotzu di Cagliari. Nella sua città. Nella sua isola.
Luigi Riva nasce il 7 novembre 1944 a Leggiuno, un piccolo comune sulle sponde del Lago Maggiore, in provincia di Varese. La famiglia è modesta, il padre muore quando Gigi ha ancora pochi anni, e la madre fa fatica ad arrivare a fine mese. Il calcio è l’unica cosa che gli viene naturale, l’unico territorio in cui si sente completamente a suo agio.
Gioca nelle giovanili locali, poi viene notato da alcuni osservatori e approda al Legnano, squadra lombarda che milita tra i campionati semiprofessionistici. È qui che Andrea Arrica, un talent scout del Cagliari, lo vede per la prima volta. Quello che osserva lo convince immediatamente: un mancino naturale, un tiro già di potenza insolita per la sua età, una velocità di pensiero che non si insegna. Nell’estate del 1963, il Cagliari lo acquista. Riva ha diciannove anni e non era mai stato in Sardegna.
L’impatto con la squadra rossoblù è immediato. Alla prima stagione in rossoblù segna 8 reti e contribuisce in modo determinante alla promozione in Serie A. L’isola lo accoglie con calore, la gente lo adotta, e qualcosa in lui si radica in modo profondo, qualcosa che nessuna offerta economica riuscirà mai a sradicare.
L’esordio in massima serie avviene il 13 settembre 1964, nella partita Roma-Cagliari terminata 2-1. Riva non è ancora quello che diventerà, ma la materia prima è evidente a chiunque abbia occhi per guardare. Nel giro di un paio di stagioni diventa il punto di riferimento offensivo assoluto del Cagliari, poi il punto di riferimento dell’intera Serie A.
Vince la classifica marcatori per la prima volta nella stagione 1966-67 con 18 reti, chiudendo davanti a tutti nonostante si rompa il perone del piede sinistro in una partita con la Nazionale contro il Portogallo. Riesce comunque a mantenere il primato, il che dà la misura di quanto avesse già costruito di vantaggio sugli avversari.
Si ripete nella stagione 1968-69 con 20 gol, in una corsa alla classifica marcatori in cui nessuno riesce davvero a stargli vicino. E poi arriva la stagione di tutte le stagioni.
Nella stagione 1969-70 il Cagliari si presenta ai nastri di partenza con una squadra costruita attorno a Riva, guidata dall’allenatore Manlio Scopigno, personaggio bizzarro e geniale, filosofo del calcio più che tecnico nel senso tradizionale del termine. Accanto a Riva ci sono giocatori di qualità come Albertosi, Cera, Niccolai, Domenghini, Nenè. Ma il Cagliari è, prima di tutto, la squadra di Gigi Riva.
Il campionato è combattuto, le grandi del Nord (Inter, Juventus, Milan) sono le favorite dichiarate. Il Cagliari cresce partita dopo partita, accumula punti con una solidità che sorprende tutti, e Riva segna con una continuità impressionante. Gol di testa, gol di sinistro, gol in acrobazia. La rovesciata contro il Vicenza il 18 gennaio 1970, al minuto esatto 70, è diventata una delle immagini più iconiche del calcio italiano di quegli anni.
Il 12 aprile 1970, in una domenica di Pasqua che Cagliari non dimenticherà mai, il Cagliari vince lo scudetto con alcune settimane di anticipo battendo il Bari con due gol, uno dei quali firmato naturalmente da Riva. È il primo e unico scudetto nella storia del Cagliari, il primo titolo nazionale conquistato da una squadra del Sud dell’Italia. Riva chiude la stagione con 21 reti, terzo titolo di capocannoniere in quattro anni.
La Sardegna intera esplode. Le bandiere rossoblù invadono le strade di Cagliari, le piazze si riempiono di gente che balla e piange insieme. La statua di Carlo Felice, nel largo che domina il porto del capoluogo, viene ricoperta dai festeggiamenti. Non è la vittoria di una squadra. È la vittoria di un’isola intera. Di un popolo che per decenni aveva guardato vincere sempre gli stessi, sempre quelli del Nord, e che ora aveva una coppa da alzare.
Negli anni successivi, Riva avrebbe dichiarato che quella notte, guardando la gente per le strade, aveva capito definitivamente che non sarebbe mai andato via. Non poteva togliere tutto questo a loro. E non voleva toglierlo a sé stesso.
La carriera in azzurro di Gigi Riva è parallela a quella con il Cagliari, e altrettanto straordinaria. Esordisce il 27 giugno 1965 nell’amichevole di Budapest contro l’Ungheria. Da quel momento, per quasi un decennio, è il punto di riferimento offensivo della Nazionale italiana.
Il momento più bello arriva nel 1968, con la vittoria del Campionato Europeo. La finale contro la Jugoslavia termina 1-1 e viene ripetuta: nella ripetizione, è Riva ad aprire le marcature con un gol che sblocca una partita che rischiava di complicarsi. L’Italia vince 2-0 e si laurea campione d’Europa, trent’anni dopo l’ultimo grande titolo internazionale.
Due anni dopo, in Messico, arriva il Mondiale del 1970. L’Italia di Valcareggi è una squadra solida, organizzata, e Riva è il suo trascinatore. In semifinale, nella partita che la storia ha ribattezzato “la partita del secolo”, l’Italia batte la Germania Ovest 4-3 dopo una gara pazzesca, con cinque gol segnati nei tempi supplementari. Riva segna uno dei gol decisivi. In finale, il Brasile di Pelé è però troppo forte: termina 4-1 per i verdeoro, con una prestazione brasiliana che molti considerano ancora oggi la più bella mai vista in una finale mondiale.
Riva chiude quel torneo con tre reti decisive, che si aggiungono a quelle degli Europei e a quelle accumulate nelle qualificazioni. Il 29 settembre 1973, con una doppietta a San Siro contro la Svezia, supera il record di Giuseppe Meazza e diventa il miglior marcatore di sempre della Nazionale italiana con 35 gol in 42 presenze. Un record che è rimasto intatto per oltre cinquant’anni, che nessun attaccante azzurro è mai riuscito ad avvicinare.
La carriera di Gigi Riva è segnata da una serie di infortuni gravi che ne limitano significativamente la continuità. Il primo, come già ricordato, è la frattura al perone del piede sinistro nella partita con il Portogallo nel 1967. Il secondo arriva nell’ottobre del 1970, a Vienna, durante una trasferta della Nazionale contro l’Austria: il difensore avversario Norbert Hof lo colpisce con un intervento falloso e Riva riporta la frattura del perone della gamba destra. Dovrà fermarsi per mesi.
Quella seconda frattura pesa enormemente anche sul Cagliari: senza il suo centravanti, la squadra perde la testa della classifica nella stagione post-scudetto e viene eliminata negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni dall’Atlético Madrid. È il momento in cui si capisce quanto tutto, nel Cagliari di quegli anni, passasse da un uomo solo.
Gli infortuni si susseguono negli anni successivi, e ciascuno lascia un segno. Il primo febbraio 1976, durante Milan-Cagliari, uno strappo grave all’adduttore pone di fatto fine alla sua carriera a soli 31 anni. Quello che avrebbe potuto essere ancora un decennio di calcio ad altissimo livello si chiude in modo prematuro, brusco, senza un addio degno della sua grandezza.
La Treccani ha scritto che gli incidenti, entrambi gravissimi e entrambi in Nazionale, gli hanno tolto almeno due anni di attività ai massimi livelli. È una valutazione prudente. I numeri che avrebbe potuto raggiungere senza quegli stop rimangono una delle domande più affascinanti del calcio italiano.
La storia dei rifiuti di Gigi Riva alle grandi squadre italiane è diventata leggenda. Non si tratta di episodi isolati o di qualche corteggiamento informale: si tratta di offerte concrete, insistenti, economicamente irifiutabili per gli standard dell’epoca.
La Juventus, nel 1973, offrì al Cagliari una cifra astronomica per l’epoca, superiore al miliardo di lire. Gianni Agnelli in persona fece sapere di volerlo a Torino. Risposta: no. L’Inter di Moratti, che già aveva provato a trattenerlo quando era giovane, tornò alla carica in più occasioni. Risposta: no. Il Milan, la Roma, il Napoli. No, no, no.
Riva lo ha spiegato in più interviste nel corso degli anni, sempre con le stesse parole semplici: “Tra me e i sardi è nato un rapporto radicale. Mi sono affezionato a chi mi voleva bene e ho fatto una scelta: rimanere qui.”
Non era sentimentalismo. Era una scelta consapevole, maturata negli anni, radicata nella convinzione che certi legami valgano più di qualunque stipendio. La Sardegna gli aveva dato qualcosa che il denaro non può comprare: un’appartenenza, un’identità, un posto nel mondo in cui sentirsi davvero a casa. E lui aveva ricambiato con una fedeltà assoluta.
Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo italiano del Novecento, lo soprannominò Rombo di Tuono per la potenza del suo tiro. Era un soprannome che catturava qualcosa di vero: quella capacità di colpire il pallone con una forza e una precisione che lasciavano i portieri immobili, spesso ancora nel momento in cui il pallone era già in rete.
Quando nel 1976 lascia il campo da giocatore, Riva non abbandona il calcio. Diventa dirigente del Cagliari, contribuisce a riportare il club in Serie A nel 1978-79 dopo una retrocessione. Per un breve periodo, nella stagione 1986-87, ne assume la presidenza, poi lascia l’incarico.
La sua seconda vita vera nel calcio comincia nel 1990, quando entra nello staff della Nazionale italiana come dirigente accompagnatore, poi come team manager. Ricopre questo ruolo per oltre vent’anni, accompagnando gli azzurri attraverso un’epoca straordinariamente densa di emozioni: i rigori maledetti del 1990, del 1994 e del 1998, la finale persa con la Francia a Euro 2000, il mondiale disastroso del 2002 e poi, finalmente, la notte di Berlino del 9 luglio 2006, quando l’Italia di Lippi alza la Coppa del Mondo. Riva era lì, tra i più felici di tutti.
Nel 2005 diventa cittadino onorario di Cagliari. Nel 2019 viene nominato presidente onorario del club rossoblù, un titolo che porta con orgoglio fino alla fine. Nel 1978 aveva fondato il Centro Sportivo Gigi Riva, la prima scuola calcio della Sardegna, dalla quale usciranno, negli anni, talenti come Nicolò Barella.
Chiudere la storia di Gigi Riva con i numeri sembra riduttivo, ma i numeri dicono qualcosa di importante. In carriera, tra club e Nazionale, ha totalizzato 249 gol in 443 presenze, con una media di oltre 0,56 reti a partita mantenuta per oltre un decennio di calcio professionistico ad alto livello. Con il Cagliari ha segnato 208 gol in 377 partite, record assoluto del club che nessuno ha mai scalfito. Con la Nazionale 35 gol in 42 presenze, record che resiste da oltre cinquant’anni.
Ha vinto tre titoli di capocannoniere in Serie A (1967, 1969, 1970), uno scudetto, un Campionato Europeo, è arrivato in finale al Mondiale del 1970. Due volte sul podio del Pallone d’Oro: secondo nel 1969 e terzo nel 1970. Questi sono i trofei e i riconoscimenti. Ma i trofei, in questo caso, non sono il punto.
Il punto è un altro. Il punto è che Gigi Riva è l’esempio più completo che il calcio italiano abbia prodotto di come si possa essere grandi dentro e fuori dal campo allo stesso tempo. Grande attaccante, grande uomo, grande sardo d’adozione. Un calciatore che non ha inseguito la gloria nei posti dove la gloria si costruisce più facilmente, ma l’ha costruita dove stava, dove aveva scelto di stare.
Quando se ne va, il 22 gennaio 2024, il calcio italiano si ferma. Il Cagliari emette un comunicato breve e commosso. La Federazione lo piange come uno dei propri. I tifosi di tutta Italia, non solo quelli del Cagliari, capiscono di aver perso qualcuno che apparteneva a tutti.
Perché Gigi Riva non era solo il capocannoniere della Nazionale. Era la prova che si può scegliere di non tradire. Che il coraggio, a volte, non è andare via ma restare. Che una carriera può essere misurata non soltanto in gol e trofei ma in coerenza, in fedeltà, in radici messe dove si vuole e non dove conviene.
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