Ronaldo il Fenomeno: il calciatore che sembrava inventato

Ronaldo il Fenomeno: il calciatore che sembrava inventato

Ci sono giocatori che vincono campionati, giocatori che segnano gol importanti, giocatori che lasciano un segno nella storia di un club. E poi c’è stato lui. Ronaldo Luís Nazário de Lima, soprannominato O Fenômeno, appartiene a una categoria a parte, una di quelle che si apre e si chiude con un nome solo. Non era un calciatore normale che giocava a calcio in modo eccellente. Era qualcosa di strutturalmente diverso, qualcosa che il campo da calcio sembrava contenere a stento.

Chi lo ha visto giocare nella sua stagione migliore, quella al Barcellona nel 1996-97, o nei primi anni all’Inter, porta ancora addosso quella sensazione difficile da spiegare: la certezza di aver assistito a qualcosa che non si ripeterà. Non la nostalgia generica per il calcio di una volta, ma la consapevolezza precisa che certi doni fisici, abbinati a certi doni tecnici, abbinati a quella particolare forma di intelligenza calcistica, non si erano mai visti prima e difficilmente si rivedranno dopo.

Questa è la sua storia. Una storia di talento assoluto, di infortuni devastanti, di resurrezioni improbabili e di un Mondiale vinto a dispetto di tutto e di tutti.

Le origini: la povertà di Rio e il futsal come scuola di vita

Ronaldo nasce il 22 settembre 1976 a Itaguaí, un sobborgo nella periferia ovest di Rio de Janeiro. La famiglia è povera, il quartiere è difficile, le opportunità scarseggiano. Come tantissimi bambini brasiliani della sua generazione, Ronaldo impara a giocare a calcio per strada e poi si avvicina al futsal, il calcio a cinque praticato su superfici dure che in Brasile ha da sempre funzionato come palestra di tecnica individuale per generazioni di campioni.

A 14 anni viene ingaggiato dal São Cristóvão, piccola squadra dell’omonimo quartiere di Rio. In tre stagioni con le giovanili segna 44 gol in 73 partite. Numeri che fanno rumore. A notarlo è Jairzinho, eroe del Brasile campione del mondo nel 1970, che lo segnala al Cruzeiro di Belo Horizonte. Il trasferimento avviene nel 1993 e cambia tutto.

Al Cruzeiro, Ronaldo ha ancora sedici anni quando esordisce in prima squadra. Non impiega molto a prendersi il posto da titolare. Nella stagione 1993-94 diventa capocannoniere del campionato mineiro con 22 reti in 18 partite, aggiungendone altre nel cammino in Copa Libertadores. La media è superiore a un gol a partita. A diciassette anni è già convocato nella Nazionale maggiore brasiliana.

Nell’estate del 1994, mentre il Brasile si prepara al Mondiale negli Stati Uniti, Ronaldo viene incluso nella lista definitiva. Non scende mai in campo, nemmeno per un minuto. Torna dal mondiale con una medaglia d’oro al collo e la consapevolezza che lì fuori c’è un mondo pronto a scoprirlo.

Il PSV Eindhoven: l’Europa scopre il ragazzo di Rio

Nell’estate del 1994 il PSV Eindhoven lo acquista per circa sei miliardi di lire, una cifra già importante per un diciassettenne pressoché sconosciuto fuori dal Brasile. L’impatto con il calcio olandese è immediato e dirompente. Nella prima stagione segna 35 gol in 36 partite. I difensori dell’Eredivisie non sanno come fermarlo. La sua capacità di accelerare da fermo e di cambiare direzione senza perdere velocità è qualcosa che la medicina sportiva del tempo fatica a spiegare.

La seconda stagione in Olanda è però parzialmente compromessa dal primo infortunio serio al ginocchio, una costante che tornerà a perseguitarlo per tutta la carriera. Nonostante lo stop, chiude l’esperienza olandese con 54 gol in 57 partite, vince la Coppa d’Olanda e attira le attenzioni di mezza Europa. L’Inter aveva una prelazione sul giocatore, pattuita anni prima nella cessione di Wim Jonk al PSV, ma Massimo Moratti si mostra esitante, preoccupato proprio per il ginocchio. Sarà un rimpianto di breve durata.

A inserirsi nella trattativa è il Barcellona, che offre 30 miliardi di lire e si aggiudica quello che si rivelerà uno degli affari più clamorosi della storia del calcio.

Barcellona 1996-97: la stagione di un alieno

Ronaldo arriva al Barcellona nell’estate del 1996, a vent’anni. L’allenatore è Bobby Robson, il tecnico inglese che anni dopo, quando gli verrà chiesto chi fosse il più forte calciatore che avesse mai avuto, risponderà senza esitare: Ronaldo. Comprato dopo aver rinunciato ad acquistare Alan Shearer dal Blackburn, Robson si trova tra le mani qualcosa di incomparabilmente superiore a qualunque aspettativa.

Quella stagione al Camp Nou è considerata da molti esperti la più grande prestazione individuale nella storia del calcio moderno. I numeri sono semplici e brutali: 47 gol in 49 partite. Inclusi i gol in Coppa delle Coppe, in Coppa di Spagna, in campionato. Una media che nessun attaccante di livello mondiale aveva mai raggiunto in un club europeo di prima fascia.

Il gol contro il Compostela rimane ancora oggi uno dei più citati nelle discussioni sul calcio di tutti i tempi. Ronaldo parte da centrocampo, riceve il pallone e si lancia verso la porta. Tre, quattro, cinque difensori tentano di fermarlo con falli, trattenute, interventi di ogni tipo. Lui continua a correre, a dribblare, a resistere. Quando arriva davanti al portiere, lo supera con una freddezza assoluta e deposita in rete. Bobby Robson, in panchina, si mette le mani nei capelli. La stampa spagnola conia immediatamente un termine: Extraterrestre.

Vince la Scarpa d’Oro come miglior marcatore europeo, vince la Coppa delle Coppe e la Coppa di Spagna. A fine anno il Barcellona, con un errore di valutazione che passerà alla storia, fissa la clausola rescissoria del nuovo contratto a 48 miliardi di lire. Una cifra che, per il giocatore più forte del mondo a ventuno anni, è già bassa nel momento stesso in cui viene scritta. Sarà sufficiente a portarlo lontano.

L’arrivo all’Inter: il colpo del secolo di Moratti

Nell’estate del 1997 Massimo Moratti, che dodici mesi prima aveva rinunciato a Ronaldo per i dubbi sul ginocchio, decide di non commettere due volte lo stesso errore. L’Inter paga la clausola rescissoria al Barcellona e porta a Milano il brasiliano per 48 miliardi di lire più tre di indennizzo. È il trasferimento più costoso della storia del calcio in quel momento.

Il bagno di folla all’arrivo a Milano è quello riservato ai capi di Stato. Ronaldo scende dall’aereo e trova migliaia di tifosi nerazzurri che lo attendono. La città è in delirio. La prima stagione in Serie A non deluderà nessuno.

Ronaldo esordisce in campionato il 31 agosto 1997. Chiude la stagione con 25 gol in campionato e 34 in totale considerando tutte le competizioni. L’Inter lotta per lo scudetto fino all’ultima giornata, sfiorando il titolo che manca da quasi dieci anni, ma è in Coppa UEFA che arriva il primo trofeo italiano. In semifinale, su un campo innevato e fangoso di Mosca contro lo Spartak, mentre gli altri faticano anche solo a stare in piedi, lui sembra volare. Segna il gol decisivo superando i difensori russi come se fossero birilli. In finale contro la Lazio segna uno dei gol più iconici della sua carriera: davanti a Marchegiani, lo ipnotizza con una serie di doppi passi, lo supera e deposita a porta vuota con la grazia di un ballerino. L’Inter vince 3-0. A fine anno arriva il Pallone d’Oro 1997, a soli ventuno anni.

La stagione successiva però la sfortuna si accanisce su di lui. Infortuni ripetuti al ginocchio lo costringono a giocare appena 28 partite. L’Inter gli affida la fascia di capitano come segno di fiducia, ma il campionato si chiude senza i trionfi sperati. Poi arriva il novembre del 1999 e tutto precipita.

Gli infortuni: il dramma che nessuno avrebbe voluto scrivere

Il 21 novembre 1999, durante Inter-Lecce, Ronaldo sente qualcosa cedere nel ginocchio destro. La diagnosi è devastante: rottura del tendine rotuleo. Operazione immediata a Parigi. Mesi di riabilitazione. L’attesa del ritorno.

Il 12 aprile 2000, nella finale di andata di Coppa Italia tra Lazio e Inter, Ronaldo torna in campo dopo cinque mesi. Pochi minuti dopo l’ingresso in campo, si rompe nuovamente, questa volta in modo ancora più grave, lo stesso tendine già operato. Il silenzio che cala sullo stadio Olimpico di Roma in quel momento è uno di quei silenzi che chi c’era ricorda ancora. Non è solo la fine di una partita. Sembra la fine di una carriera.

Ronaldo passa quasi due anni lontano dal calcio giocato. Quando torna, è il 2002. Nel frattempo il mondo si era rassegnato a perdere il miglior calciatore del pianeta prima del tempo. Molti pensavano che, anche in caso di recupero fisico, non sarebbe mai più tornato quello di prima. Troppi traumi, troppo tempo fermo, troppa pressione psicologica.

Si sbagliavano.

Il Mondiale 2002: la resurrezione di Yokohama

Il Mondiale di Corea e Giappone del 2002 è uno dei tornei più particolari della storia recente del calcio. Il Brasile arriva con una squadra costruita attorno a tre R: Ronaldo, Ronaldinho e Rivaldo. Ronaldo non è più quello del 1997, la velocità bruciante dei vent’anni è un ricordo, ma l’intelligenza calcistica e la precisione sotto porta sono rimaste intatte, anzi si sono affinate.

Quel taglio di capelli stravagante, con la frangia triangolare sulla fronte, diventa il simbolo di un mondiale. Ronaldo ha detto in seguito di averlo fatto apposta per distrarre l’attenzione dalle voci sui suoi problemi fisici, per portare la conversazione altrove. Funziona: mezzo mondo imita il taglio, l’altro mezzo ne ride. Nel frattempo lui segna gol.

Chiude il torneo con 8 reti, di cui due nella finale contro la Germania di Oliver Kahn. La doppietta in finale, al Nissan Stadium di Yokohama, è la chiusura perfetta di un percorso che sembrava impossibile. Il Brasile vince il suo quinto Mondiale, Ronaldo viene eletto miglior giocatore del torneo e a fine anno conquista il suo secondo Pallone d’Oro.

È uno di quei ritorni che il cinema fatica a inventarsi perché sembrano troppo costruiti per essere veri.

Il Real Madrid e i Galácticos

Nell’estate del 2002, dopo incomprensioni con l’allenatore dell’Inter Héctor Cúper, Ronaldo viene ceduto al Real Madrid. Entra nel progetto dei Galácticos voluto dal presidente Florentino Pérez: accanto a lui ci sono Zidane, Figo, Beckham, Raúl. Il Real Madrid di quegli anni è il club più ricco e mediatico del mondo.

Ronaldo non è più l’alieno di Barcellona. Gli anni e gli infortuni hanno lasciato il segno. La velocità è diminuita, il fisico ha perso quella leggerezza impressionante dei vent’anni. Ma continua a segnare con una regolarità che fa sembrare normale qualcosa che normale non è. In cinque stagioni al Bernabéu vince una Liga, una Supercoppa di Spagna e una Coppa Intercontinentale, contribuendo con decine di gol decisivi.

È in quel periodo che emergono anche le prime difficoltà legate al peso corporeo, che oscillerà in modo vistoso negli anni successivi. Si scoprirà molto più tardi, a carriera finita, che quei problemi erano riconducibili a una condizione medica precisa: l’ipertiroidismo, una malattia che altera il metabolismo e rende difficile il controllo del peso indipendentemente dallo stile di vita.

Milan, Corinthians e il ritiro

Nel gennaio del 2007 Ronaldo approda al Milan. Ha trent’anni, è appesantito rispetto ai tempi migliori, ma nella sua prima stagione rossonera segna comunque 7 gol in 14 presenze e contribuisce alla qualificazione in Champions League. Poi arriva l’ennesimo infortunio: rottura del tendine rotuleo del ginocchio sinistro durante Milan-Livorno nel febbraio del 2008. Il terzo tendine rotuleo in carriera. Il Milan non rinnova il contratto.

Il ritorno in Brasile con il Corinthians nel 2009 è un lungo addio al calcio giocato, condito da qualche giocata di classe che ricorda chi è stato. Segna 35 gol in 69 partite, vince un campionato paulista e una Coppa del Brasile, poi annuncia il ritiro nel 2011. Il 7 giugno di quell’anno, al Pacaembu di San Paolo, la Nazionale brasiliana gli organizza una partita d’addio contro la Romania. Una festa commossa, piena di affetto.

I numeri di una carriera impossibile

Mettendo insieme tutte le competizioni, tra club, Nazionale maggiore, Nazionali giovanili e Nazionale olimpica, Ronaldo ha collezionato 646 presenze e 442 reti, con una media di 0,68 gol a partita. In Serie A ha segnato 58 gol (49 con l’Inter, 9 con il Milan). In Nazionale, è stato per anni il primatista di gol ai Mondiali con 15 reti in tre edizioni, record battuto da Miroslav Klose nel 2014.

Ha vinto due Palloni d’Oro (1997 e 2002), tre premi FIFA World Player of the Year, due Mondiali con il Brasile, una Coppa UEFA, una Coppa delle Coppe, una Coppa di Spagna e una Liga. Questi sono i trofei. Ma i trofei, in questo caso, raccontano solo una parte della storia.

Cosa rimane del Fenomeno

Si stima che Ronaldo abbia perso, tra infortuni e recuperi, circa tre anni interi di carriera nella fase più produttiva della sua vita sportiva, tra i ventidue e i venticinque anni. Un calciatore normale, con quegli infortuni, avrebbe smesso. Lui ha vinto un Mondiale a ventisei anni dopo essere stato fermo per quasi due.

Se non ci fossero stati quegli infortuni, se avesse potuto giocare cinque anni di fila nella forma che mostrava al Barcellona e nei primi anni all’Inter, i numeri sarebbero stati semplicemente fuori scala. Non c’è modo di sapere dove si sarebbe fermato, e forse è anche questo il motivo per cui la sua storia continua a esercitare un fascino così potente: lascia aperta una domanda a cui non si può rispondere.

Pep Guardiola, che ha giocato contro di lui, ha detto che Ronaldo era il miglior attaccante che avesse mai affrontato. Paolo Maldini, che di attaccanti ne ha marcati qualcuno, lo ha incluso nella sua personale lista dei migliori di sempre. Fabio Capello ha detto che, quando era al meglio, era semplicemente inarrestabile, e che non aveva mai visto nulla di simile prima o dopo.

Oggi Ronaldo è un dirigente sportivo, un uomo d’affari, una presenza costante nel mondo del calcio. Ha acquistato e ceduto il Cruzeiro, ha avuto quote nel Valladolid, ha fondato società di marketing sportivo. La vita dopo il calcio è piena e costruita con la stessa determinazione con cui ha affrontato ogni infortunio.

Ma quando si parla di lui, quando si tirano fuori i video di quel gol contro il Compostela, o della finale di Coppa UEFA contro la Lazio, o della doppietta a Yokohama, il tempo si ferma. E si torna alla sensazione di guardare qualcuno che non avrebbe dovuto esistere, ma per fortuna esisteva.

Il calcio ha prodotto grandi giocatori, giocatori completi, giocatori vincenti. Ronaldo il Fenomeno era qualcosa di diverso. Era la prova che certi limiti, quelli che si credono assoluti, a volte non lo sono affatto.